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Pol - Il Partito democratico ha un futuro solo se cambia... di Gregorio Corigliano
Roma, 20 apr (Prima Pagina News) Sono orgoglioso di appartenere al campo del partito che è stato pesantemente sconfitto alle elezioni. Dal 5 marzo,anche di più. Questo non mi impedisce, però, di esprimere considerazioni critiche al Pd e ai dirigenti nazionali e regionali. L’ho già fatto e continuerò a farlo fintantoché non ci saranno segnali forti di resipiscenza.

 La sconfitta ha tanti motivi. Ne hanno scritto e continuano a scriverne illustri politologi, uomini di cultura, editorialisti di fama. Eccezion fatta per quanti scrivono perché animati di fervore antirenziano, lo sforzo è stato, tra l’altro, quello di capire le cause della disfatta. 

Elucubrazioni e contorsionismi a parte, ritengo che una delle motivazioni che ha portato al trionfo dei 5 stelle, sia stato l’abbandono dei diseredati e del Sud, ma soprattutto la assoluta mancanza di una politica concreta in favore de giovani calabresi e siciliani, in particolare. Un dramma che grida vendetta al cospetto di Dio, questo della disoccupazione giovanile e della assoluta mancanza di lavoro e, quel che è più grave, di alcuna prospettiva nell’immediato e nel medio-lungo periodo.

 Quante parole inutili da parte del governo a guida Letta, Renzi e Gentiloni. Nessun fatto concreto: solo illusioni che si sono scontrate con una realtà fatta di 400 euro al mese, nella migliore delle ipotesi, di 33 centesimi l’ora, di curriculum senza risposte. Altro che posti aumentati! Ecco che gli elettori hanno scelto i “partiti della rabbia”, come li ha definiti Roberto Saviano.Nessuno, o quasi, ha tenuto nella dovuta considerazione quanto fatto da Renzi: l’immagine nel mondo,la competenza, le leggi sulle unioni civili, su dopo di noi, sul testamento biologico, le politiche di bilancio, sull’emigrazione, sugli 80 euro e via di questo passo. Tutto passato in second’ordine – alla gente non gliene è fregato- di fronte all’abbandono dei giovani. 

E sul piano regionale? A parte i riflessi della politica nazionale, perché, in Calabria, per esempio, gli elettori avrebbero dovuto privilegiare il Pd? Ci sono state politiche, dell’intero Consiglio regionale,a maggioranza di centro sinistra, che avrebbero potuto far pendere la bilancia del voto verso Oliverio o Irto? Quali sono? Di cosa gli elettori avrebbero dovuto tenere conto? Sanità, infrastrutture, agricoltura, efficienza burocratica? E sul piano strettamente partitico? 

Le guerre fratricide – oltre ogni limite di sopportazione,il dibattito interno entro le regole della convivenza è certamente salutare- non hanno pesato sul voto? Certo che sì. Ed il dibattito attuale? Certo che sì. 


E la querelle “congresso sì o congresso no”? Certo che sì. Vitalizi sì e vitalizi no? Certo che sì, sol che si pensi che a discuterne(!) sono stati due esponenti finiti nel circolo mediatico di un’arena che – al di là del vincitore che pure c’è stato- ha portato alla ribalta nazionale le contrapposizioni interne, i diversi punti di vista, gli scontri. Per non andare indietro nel tempo a ricordare quanti hanno votato, da esponenti del Pd, contro il referendum di Renzi, salvo presentarsi negli stessi giorni davanti al gotha del partito ed osannare il leader. E quanti prima del voto del 4 marzo andavano in giro a sbandierare che avrebbero fatto un nuovo partito con Orlando e Franceschini? Hanno fatto bene quelle prese di posizione a loro stessi ed al Pd? 

Ma quando mai! Certo, chi reclama l’appartenenza ne ha ben donde! Non v’ha dubbio! Viene da chiedersi, però, se abbia le carte pienamente in regola per farlo, dal punto di vista politico e dei risultati dell’azione amministrativa, ovvio. Mi viene in mente un vecchio presidente che diceva “ questo è in testa al presidente”, quest’altro tocca al presidente, perché lo dice la legge”. 

Vero. Non si può, però, avere una mano lunga per prendere ed una corta per dare! “Questo mi tocca, questo non vi tocca”!Una volta, alla mia sezione, l’assessore comunale veniva convocato settimanalmente dal segretario per sapere i risultati dell’azione amministrativa, per coinvolgerlo nelle scelte e nelle richieste del partito, per ricevere conforto politico e per dare spazi vitali alla politica.

 Oggi non si fa più. Hanno ragione quanti affermano, solo dal 4 marzo, purtroppo, che i circoli non esistono e se esistono sono di “appartenenza” di questo o di quell’assessore o di quel deputato. Tanto che ognuno s’è inventato il suo! Eddai! I vertici non possono scegliere solo i fedeli. Si sa, finiranno male. Devono fare spazio – e finora non lo hanno fatto assolutamente- alle persone capaci, non solo a chi dice “sì”. I fedelissimi, diceva l’altro giorno su Repubblica, Sara Biagiotti, ex sindaco di Sesto Fiorentino, che “i fedelissimi – remunerazione a parte- ti fanno perdere il contatto con la realtà”! Per poi aggiungere che “chi dissente non è un nemico: lo spirito critico è indispensabile”, entro i limiti della decenza, però, aggiungo io.

 “Se non si è comunità nel partito, non si può diventare comunità coi cittadini” aggiungeva la Biagiotti. Ecco perché – si è comunque in tempo per discutere se non si parla solo di cariche interne ed esterne- bisogna, dopo la batosta elettorale, ricominciare.

 A partire dai piccoli centri, dove ormai non si discute più. Sono del parere che le sezioni siano più produttive dei circoli: si parli e si riparli, si rinvii, si torni a discutere, si scriva, si dica, si dimostri di essere presenti e non per prebende.

 I conti non sono molto lontani. Anzi. 

(Gregorio Corigliano)

(PPN) 20 apr 2018  19:11