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I nuovi poveri, la straordinaria lezione del cardinale Matteo Zuppi

La chiamano “aporofobia”, dal greco á-poros, per indicare la paura per la povertà, o per i poveri. Ci mancava anche questa, in un momento generalmente angoscioso, e in cui la povertà non è stata mai cosi’ diffusa, come ora, soprattutto al Sud.

di Mimmo Nunnari
Lunedì 24 Ottobre 2022
Roma - 24 ott 2022 (Prima Pagina News)

La chiamano “aporofobia”, dal greco á-poros, per indicare la paura per la povertà, o per i poveri. Ci mancava anche questa, in un momento generalmente angoscioso, e in cui la povertà non è stata mai cosi’ diffusa, come ora, soprattutto al Sud.

C’è anche il rischio, sostiene chi si occupa seriamente del problema, che la povertà degradi in miseria: una condizione che indica anche la perdita della dignità. Per evitarlo, questo ulteriore pericolo, occorre che il povero conquisti coscienza di sé e che l’umanità (la società, noi) non lo veda come un pericolo, come invece sta accadendo.

Viene da pensare, con riferimento alla “paura” per la povertà, che visti i tempi ci troviamo di fronte ad un fenomeno che nasce dal terrore di contrarre la povertà come se fosse un malattia: un morbo. Per cui, mantenendo a distanza il povero, possiamo evitare di essere “contagiati”.  Un po’ come si fa con la pandemia, col Covid, o altri morbi, quando si sta a distanza dai “malati” per evitare il contagio.

Ma chi è povero non è malato: basta chiedersi se chi sta in fila per un pezzo di pane e un piatto di minestra davanti a una mensa è un malato, qualcuno da evitare. No, non è qualcuno da evitare e tantomeno non si può voltare lo sguardo. Bisogna agire, partendo dal presupposto che i “nuovi poveri” sono il riflesso di una società opulenta che divora tutto (cit. Daniele Biacchessi, “I nuovi poveri”). Eppure l’aporofobia c’è: è la paura dei disgraziati - che si preferirebbe fossero invisibili, e in parte lo sono - che ci dice che è meglio evitarli.

A ben vedere la paura del povero non è affatto nuova: è sempre esistita. “Ci sono persone considerate pericolose per la loro condizione sociale, mendicanti, vagabondi, emarginati, in una parola poveri” scrive Enzo Ciconte nel suo bellissimo libro “Classi pericolose” (editori Laterza). I timori e le avversioni per i poveri, dunque, si sono sempre avvertiti, anche nei secoli scorsi. La letteratura oltretutto ci insegna che questa paura per la povertà spesso è da interpretare come la ripugnanza, o l’ostilità, davanti al povero, o all’indifeso. E’ un tipo di paura che ritorna periodicamente nella storia umana, puntando come bersaglio tutti coloro che, volontariamente o meno, si distaccano dai modelli sociali considerati normali, finendo ai margini, e verso i quali di conseguenza si sviluppano atteggiamenti di ostilità e diffidenza.

Il concetto, indirettamente, è stato spiegato nell’ultimo rapporto sulla povertà della Caritas italiana che associa all’indigenza l’esclusione sociale, una questione che richiama alle disuguaglianze, ai mondi trascurati, alle comunità abbandonate. Ne sanno qualcosa i cittadini che vivono al Sud che cosa significa esclusione.

In questo caso non è solo un problema di povertà sic et simpliciter, ma è anche povertà speciale che deriva dall’essere confinati ai margini per “sentenza” della storia.  Per decisione-punizione dei Governanti e di chi la storia l’ha scritta, appiccicando marchi indelebili, a determinati territori.

Su questi temi il dibattito è inesistente, non va oltre gli enunciati di facciata o le ingenue o ridicole dichiarazioni come quella sera del 27 settembre 2018, quando abbiamo sentito urlare affacciato al balcone di Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il vicepremier e leader del Movimento 5Stelle: “Abbiamo abolito la povertà”.

Va detto, ed è significativo, importante, che in Italia di povertà, disuguaglianze e di Sud ne parli - nel silenzio della politica e dei Governi - solo la Chiesa: “E’ preoccupante il problema dei giovani, del Sud, dell’educazione” ha detto il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, intervenendo alla presentazione del rapporto Caritas. Zuppi, che è uomo pratico, “educato” al pragmatismo della Comunità di Sant’Egidio, che non gira intorno ai problemi, è stato chiaro: “Il problema non è soltanto di fare quello che si può, ma bisogna fare quello che si deve, quello che ci viene chiesto, quello che è necessario per rispondere alla tenta domande”.

Se non è una bacchettata alla politica, sicuramente è un richiamo ad aprire gli occhi, a cambiare passo, a capire il presente, a non accontentarsi di enunciazioni: è un monito che viene da chi è abituato a muoversi tra Vangelo e senso pratico. Zuppi, sempre al convegno della Caritas, ha detto che ai poveri, a quelli dell’area dove si oscilla nella sopravvivenza, bisogna dare la possibilità di uscire dalla “zona della retrocessione”. Ha fatto un richiamo ai cristiani, spiegando che cosa significa essere cristiani: “Bisogna avere un cuore pieno dell’amore di Cristo e, proprio per questo, riconoscere Cristo e avere un cuore pieno di amore per i tanti poveri cristi che incontriamo nelle nostre strade e che devono trovare un porto nelle nostre comunità”.

La linea della Chiesa è: “non solo elemosina, ma giustizia”.  Nel concetto di giustizia Zuppi inserisce il Sud. Lo ha fatto in più occasioni, nella prefazione al libro “Lo stivale spezzato” edizioni San Paolo (ci scusiamo per la citazione di un libro di cui chi scrive è autore) e in una ricca intervista a cura di Angelo Scelzo apparsa sul Mattino: “Non si può chiedere unità al Paese se lasceremo che il Sud continui a svuotarsi diventando terra d’emigrazione”.

Bisogna, secondo il cardinale, dire addio al passato: “La questione meridionale è diventata mediterranea, ecco la sfida”. L’arcivescovo di Bologna ha gettato il sasso nello stagno, ma la palude della politica difficilmente si smuove. Forse è necessario smuoverla con una certa energia, alzando la voce.

Questo suggerimento, questa necessità di “lotta” contro la povertà, la troviamo in un’espressione-consiglio (contenuta nel libro di Daniele Biacchesi: “I nuovi poveri”, edizioni Jaca Book) di Mario Tronti, filosofo, politico, fondatore del marxismo operaista, uno che a novant’anni va spesso in ritiro spirituale nei monasteri delle monache camaldolesi : “Ci vuole una politica per i poveri. Che si alzino in piedi a lottare, oltre che a migrare: sull’esempio di quei loro antenati asserviti che si sono ribellati. Naturalmente, pacificamente”.

Forse si comincia il prossimo 5 novembre quando a Roma in piazza Vittorio “La rete dei numeri pari” movimento che raccoglie circa seicento realtà sparse su tutto il territorio nazionale alzerà la voce per dire:
Non ci può essere pace senza giustizia sociale e senza lotta alle disuguaglianze”.


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