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In Italia la filiera delle telecomunicazioni è in perdita: ricavi in calo da oltre un decennio, investimenti elevati ma poco remunerati e costo delle frequenze sempre più pesante mettono a rischio lo sviluppo di reti ultra veloci e dell’economia digitale.
In Italia la filiera delle telecomunicazioni è in perdita: ricavi in calo da oltre un decennio, investimenti elevati ma poco remunerati e costo delle frequenze sempre più pesante mettono a rischio lo sviluppo di reti ultra veloci e dell’economia digitale.
Il grido d’allarme arriva da Asstel, l’associazione che rappresenta la filiera Tlc, che fotografa un settore sotto pressione nonostante il ruolo strategico delle reti per competitività, innovazione e transizione digitale del Paese. Dal 2010 i ricavi delle telco italiane si sono ridotti di oltre un terzo, pari a circa 14 miliardi di euro in meno, mentre nello stesso periodo gli operatori hanno continuato a sostenere investimenti complessivi per circa 115 miliardi tra reti, innovazione e licenze.
Il nodo centrale indicato da Asstel è il costo dello spettro radio, cioè delle frequenze necessarie a far funzionare reti mobili 4G e 5G, che assorbe una quota rilevante del capitale investito senza generare ritorni economici diretti proporzionati. Questo squilibrio rende strutturalmente debole la redditività del settore e limita la capacità di finanziare nuove infrastrutture, soprattutto nelle aree dove i ritorni sono più lenti, come zone rurali e periferiche.
Secondo l’associazione, senza una revisione profonda delle politiche sulle frequenze il rischio è di rallentare gli investimenti necessari per reti più veloci, diffuse e sicure, proprio mentre il traffico dati cresce con l’esplosione di servizi digitali, cloud, intelligenza artificiale e industria 5.0. Si crea così una “dissonanza” tra l’aumento della domanda di connettività e la capacità delle imprese di sostenere economicamente lo sviluppo delle infrastrutture che la rendono possibile.
Asstel indica alcune priorità: un quadro regolatorio più semplice e stabile, regole uguali per tutti gli attori digitali, allocazione non onerosa o molto più sostenibile dello spettro e riconoscimento della filiera Tlc tra i settori energivori, data l’alta incidenza dei costi energetici. A questo si aggiunge la necessità di una vera politica industriale di lungo periodo che consideri le telecomunicazioni come infrastruttura abilitante per servizi pubblici digitali, smart city, sanità connessa, logistica intelligente e competitività delle imprese.
Per Asstel il 2026 è un anno di svolta: dalle scelte su frequenze, semplificazione e sostegno agli investimenti dipenderà la capacità dell’Italia di centrare gli obiettivi europei di connettività e di sfruttare appieno le opportunità offerte da 5G, fibra e nuove applicazioni digitali. Senza una correzione di rotta, la fragilità economica della filiera potrebbe tradursi in ritardi infrastrutturali difficili da recuperare, con impatti diretti su cittadini, imprese e pubblica amministrazione.