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Nei messaggi per l’arrivo del 2026 torna un vocabolario comune: pace e sicurezza, coesione interna, fiducia nelle istituzioni e promesse di cambiamento.
Dall’Eliseo al Quirinale, da Kiev a Mosca, fino a Washington, Budapest, Berlino e Buenos Aires, i leader scelgono frasi brevi e simboliche per parlare a Paesi stanchi di conflitti, polarizzazione e incertezza economica.
Nei messaggi per l’arrivo del 2026 torna un vocabolario comune: pace e sicurezza, coesione interna, fiducia nelle istituzioni e promesse di cambiamento.
Dall’Eliseo al Quirinale, da Kiev a Mosca, fino a Washington, Budapest, Berlino e Buenos Aires, i leader scelgono frasi brevi e simboliche per parlare a Paesi stanchi di conflitti, polarizzazione e incertezza economica.
I discorsi di fine anno sono il momento in cui la politica abbassa (almeno nelle intenzioni) il volume dello scontro e prova a fissare una direzione condivisa, usando frasi brevi che restino impresse oltre la cerimonia.
Nel passaggio tra 2025 e 2026, i messaggi più ripresi ruotano attorno a tre assi: pace (invocata o rivendicata), unità nazionale e promessa di cambiamento misurabile nella vita quotidiana.
In Italia, dal Quirinale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha aperto con un bilancio sobrio, definendo il 2025 “un anno non facile” e indicando la pace come prima aspettativa collettiva.
Il cuore del suo richiamo è anche culturale: la pace come “modo di pensare” e come pratica che parte dalla vita quotidiana, con l’invito a “disarmare le parole” per non trasformare ogni circostanza in rissa verbale permanente.
Guardando al 2026, Mattarella ha collegato l’augurio agli 80 anni della Repubblica e ha chiamato in causa soprattutto i giovani: “non rassegnatevi”, “siate esigenti, coraggiosi”, “scegliete il vostro futuro”.
In Francia, Emmanuel Macron ha impostato i “vœux” come progetto di “année utile”, facendo leva su una triade molto riconoscibile (“unité”, “force/indépendance”, “espérance”) e su un messaggio di tenuta nazionale di fronte a crisi e divisioni.
Nel testo dell’Eliseo ricorrono anche i temi della resilienza istituzionale e della capacità del Paese di restare compatto davanti a pressioni interne ed esterne.
In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha presentato il 2026 come “un momento di Aufbruch” (ripartenza), con un discorso centrato su fiducia, sicurezza e rilancio, e con l’idea che il Paese non debba diventare “Spielball von Großmächten” (un giocattolo nelle mani delle grandi potenze), come riportato dai media tedeschi.
Nel Regno Unito, Keir Starmer ha spinto su un registro molto concreto, riconoscendo che “for many, life is still harder than it should be” e promettendo che nel 2026 più persone inizieranno a percepire “positive change” su bollette, comunità e sanità.
Ha anche associato il nuovo anno a una tabella di marcia di interventi (più polizia, bollette energetiche in calo, “health hubs” in aumento), per legare l’augurio a scadenze verificabili.
In Europa centro-orientale, Viktor Orbán ha puntato su una formula fulminante: “Béke, béke, béke” (“pace, pace, pace”), trasformando l’augurio in una dichiarazione politica immediata.
Secondo ricostruzioni di stampa, Orbán ha inoltre dipinto il 2026 come un anno di decisioni cruciali sul tema guerra/pace nel rapporto tra Europa e scenario internazionale.
Sul fronte della guerra in Ucraina, i messaggi di Kiev e Mosca restano, inevitabilmente, speculari.
Volodymyr Zelensky ha legato la pace a un orizzonte concreto di normalità e ritorni, con l’idea che il 2026 debba portare cieli più tranquilli, case illuminate e persone che rientrano “from the front, from captivity, from occupation”.
Vladimir Putin, nel suo messaggio alla nazione, ha insistito sul fatto che il futuro “largely depends on us”, ha celebrato unità e sostegno reciproco e ha rivolto un passaggio specifico ai militari impegnati nella “special military operation”, dicendo “We believe in you and in our victory”.
Fuori dall’Europa, hanno avuto grande circolazione anche messaggi molto brevi, pensati per la logica dei social.
Negli Stati Uniti, Donald Trump è stato ripreso dai media per un augurio condensato in tre parole: “peace on Earth”.
In India, Narendra Modi ha augurato “good health and prosperity” e ha detto di pregare per “peace and happiness in our society”, con un tono inclusivo e comunitario.
In America Latina, Javier Milei ha trasformato il saluto di fine anno in un messaggio di bilancio e di spinta politica, rivendicando risultati e sostenendo di aver mantenuto gli impegni presi, con un invito a considerare il 2026 come l’anno della svolta economica argentina.
Nel complesso, queste frasi mostrano un tratto comune: il bisogno di rendere credibile la parola pubblica in un tempo di conflitti, polarizzazione e ansia economica, attraverso parole-simbolo (pace, unità, speranza, ripartenza, cambiamento) che possano diventare impegni.