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In Vaticano la celebrazione conclusiva: preghiera, silenzio e un rito essenziale davanti ai fedeli. L’invito del Pontefice a trasformare “la porta attraversata” in scelte quotidiane, nelle città e nelle famiglie.
In Vaticano la celebrazione conclusiva: preghiera, silenzio e un rito essenziale davanti ai fedeli. L’invito del Pontefice a trasformare “la porta attraversata” in scelte quotidiane, nelle città e nelle famiglie.
Si è chiusa oggi la Porta Santa, al termine del cammino giubilare scandito da pellegrinaggi, confessioni, veglie e file pazienti lungo via della Conciliazione. Papa Leone ha presieduto il rito con una liturgia sobria e intensa, segnata più dai tempi del silenzio che dall’enfasi delle parole. Nel gesto finale — la porta che torna a serrarsi — si è concentrata la forza simbolica di un anno vissuto come attraversamento: non solo di una soglia fisica, ma di una domanda interiore.
Davanti alla basilica, tra cori e bandiere di gruppi arrivati da diversi Paesi, il Pontefice ha richiamato il senso di una misericordia che non resta “evento”, ma diventa metodo. Ha parlato di riconciliazione come lavoro quotidiano, di comunità chiamate a ricucire fratture e di una Chiesa che non trattiene, ma accompagna. Un passaggio, quello della responsabilità, che ha trovato eco nei volti dei volontari e negli sguardi di chi, anche solo per un istante, ha atteso di fissare la Porta prima che fosse chiusa.
Nel sagrato si è percepita la doppia natura di questo momento: conclusione e ripartenza. Se il Giubileo termina nel calendario, resta però la traccia lasciata da incontri, testimonianze e storie personali maturate in questi mesi, spesso lontano dalle telecamere. E proprio a quella dimensione “normale” Papa Leone ha affidato l’ultima consegna: portare fuori dalle mura vaticane la lezione più difficile, quella di una fraternità che si misura nelle scelte concrete.
La Porta Santa si chiude, dunque, ma non si spegne la domanda che l’ha resa necessaria. Nel crepuscolo romano, mentre la piazza lentamente si svuotava, la scena è rimasta impressa come un promemoria: le soglie più decisive non sono quelle dei monumenti, ma quelle che separano l’indifferenza dal coraggio di prendersi cura.