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Entro il 2 aprile il governo dovrà sciogliere il nodo delle grandi partecipate pubbliche, con la regia politica di Palazzo Chigi e il pressing incrociato di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia: lo schema ricostruito da Carlo Di Foggia e Gianni Dragoni sul Fatto Quotidiano diventa il terreno di prova dei nuovi equilibri, tra conferme blindate, presidenze in bilico e l’ombra lunga della lottizzazione.
Entro il 2 aprile il governo dovrà sciogliere il nodo delle grandi partecipate pubbliche, con la regia politica di Palazzo Chigi e il pressing incrociato di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia: lo schema ricostruito da Carlo Di Foggia e Gianni Dragoni sul Fatto Quotidiano diventa il terreno di prova dei nuovi equilibri, tra conferme blindate, presidenze in bilico e l’ombra lunga della lottizzazione.
l pacchetto di nomine nelle grandi società pubbliche è il primo vero banco di prova politico dopo le tensioni del referendum e la crisi internazionale con l’Iran, che hanno assorbito l’attenzione di Giorgia Meloni e rallentato un confronto che in altre stagioni sarebbe iniziato mesi prima. Entro il 2 aprile, infatti, dovranno essere ufficializzate le liste per i consigli di amministrazione di colossi come Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna ed Enav, con il deposito contestuale delle liste proprio per rendere più agevole la spartizione delle poltrone tra i partiti della maggioranza.
Nel loro articolo sul Fatto Quotidiano, Carlo Di Foggia e Gianni Dragoni descrivono un quadro in cui l’istruttoria tecnica del Mef è già partita, ma il tavolo politico tra leader e emissari non si è ancora riunito, lasciando filtrare solo il ritornello rassicurante della “conferma degli amministratori delegati” che, alla prova dei nomi, appare tutt’altro che lineare. Il dossier, dunque, diventa il luogo in cui misurare i rapporti di forza dentro la coalizione e il peso specifico di ciascun partito sulle leve strategiche dell’economia di Stato.
sella più instabile è Terna, dove traballa la posizione dell’ad uscente Giuseppina Di Foggia, voluta tre anni fa da Giorgia Meloni su indicazione della sorella Arianna e oggi al centro di un possibile rimpasto interno alla galassia delle partecipate. A scalpitare per il posto, come ricostruiscono Di Foggia e Dragoni, è Pasqualino Monti, manager dei porti approdato alla guida di Enav dopo l’esperienza all’Autorità portuale di Palermo e molto gradito proprio alle sorelle Meloni.
Nello schema raccontato dal Fatto, l’eventuale promozione di Monti a Terna aprirebbe per Giuseppina Di Foggia una pista verso FiberCop, la società che ha ereditato la rete Tim e dove oggi la carica di amministratore delegato è di fatto assorbita dal presidente Massimo Sarmi, vicino ai 78 anni. Non è un movimento neutro: FiberCop è nel radar del fondo Kkr, azionista di maggioranza con una lista di nomi sulla quale, spiegano gli articolisti, figura anche la stessa Di Foggia, segno di un intreccio sempre più stretto tra finanza globale, infrastrutture strategiche e decisione politica italiana.
Se sulle presidenze si consuma gran parte della lottizzazione, su alcuni amministratori delegati lo schema appare già scritto, con conferme che travalicano il singolo ciclo politico. All’Enel la linea di Forza Italia passa dalla famiglia Berlusconi: nel 2023 Silvio ottenne la nomina di Paolo Scaroni alla presidenza e oggi la figlia Marina spinge per la sua riconferma, nonostante nel partito non manchino voci critiche e nonostante i legami del manager con il faccendiere Luigi Bisignani vengano considerati un elemento di imbarazzo anche per Meloni.
All’Eni, raccontano Di Foggia e Dragoni, il fisico Claudio Descalzi – 71 anni, protetto dal Quirinale – si avvia verso il quinto mandato, consolidando un profilo unico nel panorama delle partecipate: è l’unico manager che, di fatto, decide da sé se essere rinnovato. Negli ultimi mesi ha accompagnato la premier in una serie di missioni in Africa, confezionando quel “piano Mattei” che consente alla presidenza del Consiglio di presentare come strategia politica un’agenda che in larga parte nasce nelle stanze del cane a sei zampe.
Su Leonardo, invece, il nome chiave è quello di Roberto Cingolani, ex ministro del governo Draghi che Meloni nel maggio 2023 ha promosso amministratore delegato tra lo stupore di una parte della maggioranza. Il suo stile personalistico ha generato frizioni con il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, che ha raccolto le perplessità sulle strategie industriali di Alessandro Ercolani, ad di Rheinmetall Italia, ma i risultati economici legati al riarmo e alla guerra rendono oggi difficilissima la sostituzione con un’esternalità politica.
Se sugli ad l’orientamento prevalente è la continuità, è sulle presidenze che la lottizzazione promette di scaricare tutta la sua forza centrifuga. Alle Poste si va verso la conferma del tandem composto dall’amministratore delegato Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco, ma attorno a Leonardo la partita resta apertissima, con Antonio Tajani che rivendica per Forza Italia la presidenza come contropartita di equilibrio nella geografia delle partecipate.
Nel mosaico di nomi ricostruito da Di Foggia e Dragoni compaiono figure come Stefano Cuzzilla, in uscita da Trenitalia con un curriculum giudicato non particolarmente pesante, e Giuseppe Cossiga, presidente dell’Aiad, la lobby delle imprese della difesa, ben visto dal sottosegretario Alfredo Mantovano. Per una prassi che gli articolisti definiscono “strana”, viene dato in corsa anche Andrea De Gennaro, prossimo alla scadenza da comandante della Guardia di Finanza, con ipotesi che spaziano da Eni a Leonardo e persino a Terna, sulla scia del precedente del fratello Gianni, già alla guida di Leonardo tra il 2013 e il 2020.
Nel pacchetto nomine entra a pieno titolo anche la presidenza Consob, trasformata nel terreno di scontro più evidente tra Matteo Salvini e Antonio Tajani. La Lega ha provato a imporre il sottosegretario Federico Freni, ma il veto del leader forzista ha congelato tutto dopo un passaggio di Consiglio dei ministri in cui Meloni non aveva preventivamente avvisato il ministro degli Esteri, offrendogli l’occasione per bollare la candidatura come “sbagliata” e fermare la procedura.
In questo scenario, spiegano ancora Di Foggia e Dragoni, Tajani potrebbe decidere di astenersi in Cdm sulla nomina Consob in cambio di un’altra presidenza per Forza Italia e della guida dell’Antitrust, chiudendo così un accordo che conferma come la logica della lottizzazione continui a sopravvivere anche nei gangli più delicati della vigilanza sui mercati. È l’ennesima dimostrazione di come, dietro le formule sulla stabilità e sulla competenza, la vera partita resti il controllo politico di snodi chiave per finanza, energia, difesa e infrastrutture, in un gioco a somma zero che rende le poltrone un’estensione diretta del conflitto tra i partiti.