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Dopo il salvataggio pubblico del 2017 e le cessioni progressive delle quote statali tra il 2023 e il 2024, Monte dei Paschi di Siena è tornata a macinare utili, distribuire dividendi record e camminare sulle proprie gambe: una combinazione di ricapitalizzazione, pulizia di bilancio e gestione industriale che fa della sua uscita dal perimetro pubblico la più solida e ben consolidata operazione di valorizzazione realizzata dal Tesoro nel sistema bancario italiano.
Dopo il salvataggio pubblico del 2017 e le cessioni progressive delle quote statali tra il 2023 e il 2024, Monte dei Paschi di Siena è tornata a macinare utili, distribuire dividendi record e camminare sulle proprie gambe: una combinazione di ricapitalizzazione, pulizia di bilancio e gestione industriale che fa della sua uscita dal perimetro pubblico la più solida e ben consolidata operazione di valorizzazione realizzata dal Tesoro nel sistema bancario italiano.
Nel 2017 MPS è stata salvata dallo Stato con una ricapitalizzazione precauzionale da 5,4 miliardi, che ha portato il Tesoro a detenere circa il 64% del capitale della banca senese, trasformandola nel simbolo dei salvataggi pubblici post-crisi. L’operazione, costosa per i contribuenti, nasceva dall’esigenza di mettere in sicurezza i conti e superare gli stress test europei, evitando un default che avrebbe avuto effetti sistemici sul credito italiano.
Da allora il percorso di risanamento è stato costruito su tre pilastri: taglio dei crediti deteriorati, riduzione dei costi e ricostruzione della redditività operativa, con l’obiettivo finale – posto dalla Commissione europea – di riportare la banca sul mercato entro il 2024. Il lavoro sulla pulizia di bilancio e sulle strutture interne ha creato le condizioni per una vera ripartenza industriale, e non solo per un maquillage di breve periodo.
Il Tesoro ha iniziato a monetizzare la partecipazione in MPS sfruttando il ritorno alla profittabilità e il recupero del corso azionario, impostando una graduale uscita dal capitale. Una prima tranche del 25% è stata ceduta a novembre 2023 per oltre 900 milioni di euro, seguita da una seconda vendita del 12,5% nel marzo 2024, che ha fruttato circa 650 milioni, riducendo la quota pubblica al 26,73% e avvicinando l’uscita piena dallo storico istituto.
Queste operazioni sono avvenute in un contesto di forte domanda da parte del mercato, al punto che il collocamento del 25% ha potuto beneficiare di uno sconto limitato rispetto ai prezzi di Borsa, segnale di fiducia degli investitori nel rilancio della banca. Per il bilancio pubblico il risultato è duplice: recupero parziale delle risorse investite nel salvataggio e riduzione dell’esposizione diretta su una realtà che oggi si presenta come un attore sano e contendibile nel panorama bancario.
Sul piano industriale, la svolta è misurabile nei conti: nel 2024 MPS ha registrato un utile netto trimestrale in crescita di oltre il 40% su base annua, con il management che ha confermato un obiettivo di utile ante imposte superiore a 1,3 miliardi per l’anno, in anticipo rispetto ai target fissati al 2026. La banca, inoltre, ha annunciato la distribuzione di dividendi per più di 950 milioni di euro sull’esercizio 2024, innalzando il payout ratio dal 50% al 75% e restituendo così valore tangibile agli azionisti, Tesoro incluso.
A questo si affianca un profilo prudenziale robusto, con indicatori di liquidità ampiamente sopra i requisiti (LCR al 161% e NSFR al 122%) e un costo del rischio in calo, sceso a 42 punti base rispetto ai 53 della fine del 2024. Il mix tra redditività, abbondante liquidità e qualità del credito certifica non solo il superamento dell’emergenza, ma la capacità della banca di sostenere in autonomia crescita, investimenti e remunerazione del capitale.
Mettendo in fila numeri e passaggi, la vicenda MPS rappresenta oggi l’operazione più vincente e ben consolidata del Tesoro nel settore bancario italiano, per almeno tre motivi. Primo: la combinazione tra salvataggio pubblico e privatizzazione graduale ha consentito di salvaguardare la stabilità finanziaria, ridurre progressivamente il peso dello Stato nel capitale e recuperare una parte significativa dell’esborso iniziale.
Secondo: la banca è tornata ad essere un soggetto pienamente di mercato, capace di generare utili consistenti, distribuire dividendi generosi e attirare investitori privati, come dimostrato dal successo dei collocamenti. Terzo: il caso MPS offre un modello replicabile di gestione delle crisi bancarie, in cui l’intervento pubblico non diventa una permanenza indefinita ma un passaggio transitorio verso un nuovo equilibrio di sistema, più competitivo e meno dipendente dal sostegno statale.