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L’addio elegante e solenne di Mario Draghi
Abbiamo chiesto allo scrittore Mimmo Nunnari un’analisi sull’uomo Mario Draghi, e sul modo come Draghi ha parlato al Paese. Ne viene fuori un ritratto inedito e avvolgente del Capo di Governo che tutto il mondo ci ha invidiato e continua ad ammirare.
di Mimmo Nunnari
Lunedì 17 Ottobre 2022
Roma - 17 ott 2022 (Prima Pagina News)
Abbiamo chiesto allo scrittore Mimmo Nunnari un’analisi sull’uomo Mario Draghi, e sul modo come Draghi ha parlato al Paese. Ne viene fuori un ritratto inedito e avvolgente del Capo di Governo che tutto il mondo ci ha invidiato e continua ad ammirare.

Quando venne nominato presidente del Consiglio dei ministri nel febbraio 2021 Mario Draghi era certamente consapevole di aver accettato un incarico rischioso: quel che non poteva immaginare tuttavia era di ricevere tanta ingratitudine, insieme a tanti silenzi, al momento del congedo. Si era insediato per spirito di servizio, in un contesto pesante, da codice rosso: crisi pandemica grave, emergenza sanitaria, sistema industriale e produttivo pressoché fermo, campagna vaccinale da riorganizzare, disordine politico in Parlamento e scollamento tra centro e periferia, cioè spaccatura tra Governo e Regioni.

Da fuori e da dentro il Belpaese in quel momento era considerato inaffidabile, senza credibilità, un unicum in cui convivevano la “nazione di second’ordine” - che mai in un secolo e mezzo ha saputo trovare una sua identità - e “il paese dal peso determinante” per storia millenaria e potenzialità. Draghi, uscito dal cilindro del presidente della Repubblica (carica per la quale in Italia per fortuna sembra intervenga lo Spirito Santo, come per l’elezione del Papa) si è tuffato anima e cuore nel disordinato paese arcipelago: il paese “Arlecchino”, lo definisce bene
Sabino Cassese, con riferimento ad una realtà variegata fatta da venti regioni e ottomila comuni dove culturalmente e politicamente ogni testa è un municipio, come dicevano i vecchi saggi.

Ha lottato l’ex capo della Bce con autorevolezza, per non far retrocedere l’Italia, nazione che dal punto di vista della politica da qualche decennio guarda il dito mentre questo punta la luna. Giustamente “Limes”, l’autorevole rivista di geopolitica diretta da
Lucio Caracciolo, poco dopo l’insediamento a Palazzo Chigi gli dedicò un numero monografico col titolo non interrogativo, ma esplicativo: “A che ci serve Draghi”, con cui spiegava che l’ex banchiere centrale della UE era l’unico, in grado di spendere un personale capitale di credibilità accumulato nei centri di potere americani ed europei e nelle istituzioni nazionali e internazionali.

L’errore, se di errore si può parlare, ma è piuttosto cattivo costume, è stato però immaginare che Draghi fosse il “Messia”, come si auspica in Italia nelle ore più buie, quando si aspetta “il salvatore”.  E nell’ora più buia dal dopoguerra Draghi era arrivato, anzi era stato chiamato, a tirare l’Italia dalle difficoltà, a farla contare di più. Nella tempesta era stato chiamato il miglior nocchiero sulla piazza. Conoscendo bene le dinamiche italiane, le debolezze del sistema, le ipocrisie e le mediocrità della classe politica, Limes però avvertiva Draghi sull’incognita rappresentata da “un solo uomo al comando”, del rischio logoramento, nemmeno troppo lento, che poteva essere dietro l’angolo. 

Avvertimento profetico: appena usciti dall’occhio del ciclone il logoramento è stato messo in campo. E’ iniziato con la battaglia per il Quirinale - dove molti non hanno voluto Draghi - finita per fortuna con la rielezione di Mattarella dopo lo spettacolo da repubblica delle banane. Quel che è successo lo sappiamo tutti, ed è stato frutto di furbizie, ambizioni, sgambetti puerili.

Draghi ha dovuto lasciare la guida del Governo - nonostante il contesto della guerra di Putin in Ucraina - dopo aver rilanciato l’economia, sconfitto la pandemia, tranquillizzato i mercati, riuscito nell’impresa dove probabilmente nessun altro avrebbe avuto analogo successo. E’ caduto misteriosamente ma non tanto: sconfitto per questioni di quart’ordine tipo stabilimenti e termovalorizzatore di Roma. Roba, da consigli di circoscrizione comunale.

Quel che succederà adesso non possiamo saperlo: presto ci sarà un Governo espressione della volontà popolare, nonostante nei primi passi della nuova legislatura la coalizione vincente di destra è sembrata muoversi su un terreno somigliante ad un “Vietnam”, a conferma che destra o sinistra la politica non è cambiata e che resta sempre disperata l’impresa di raddrizzare la barca italiana. Attendiamo il nuovo “Messia”, il nuovo salvatore/salvatrice della patria che la politica è già pronta a segnare con lo stigma del logoramento del leader. 

Draghi, intanto esce con eleganza, dispensando sorrisi e incoraggiamenti. Avrebbe voluto reinventarsi lo Stato da cima a fondo, e poteva riuscirsi se questo Stato non si chiamasse Italia. Uscirà di scena Draghi? Dalla politica italiana può darsi, dalla scena internazionale sicuramente no, come dimostrano i primi segnali: la “cena tra amici”, col presidente Macron all’Eliseo nei giorni scorsi, senza dimenticare l’endorsement planetario dell’ex segretario di Stato statunitense Henry Kissinger: “Il mondo ha bisogno di leader con la visione di Mario Draghi”.


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