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Per non dimenticare. I Martiri di Forte di Bravetta, eroi da ricordare in eterno

Durante la Seconda Guerra Mondiale tre giornalisti vennero fucilati dai tedeschi a Forte Bravetta tra fine dicembre 1943 e i primi di febbraio 1944. La storia dei Martiri di Forte Bravetta non va assolutamente dimenticata, ma va tramandata ai posteri di generazione in generazione.

di Pino Nano
Giovedì 24 Novembre 2022
Roma - 24 nov 2022 (Prima Pagina News)

Durante la Seconda Guerra Mondiale tre giornalisti vennero fucilati dai tedeschi a Forte Bravetta tra fine dicembre 1943 e i primi di febbraio 1944. La storia dei Martiri di Forte Bravetta non va assolutamente dimenticata, ma va tramandata ai posteri di generazione in generazione.

A Forte Bravetta, costruito nella capitale tra il 1877 al 1883 in via di Bravetta 740 fra la via Aurelia e la via Portuense, su una superficie di circa 10 ettari, vennero eseguite 74 fucilazioni durante l’occupazione tedesca fra il 1943 e il 1944, per ordine del Tribunale militare di Guerra germanico e per mano della Gestapo di Herbert Kappler ed altre il 3 giugno 1944 a poche ore dall'arrivo degli alleati a Roma. Forte Bravetta, considerato uno dei simboli più significativi della Resistenza romana contro l'occupazione nazi-fascista- sottolinea il giornalista Pierluigi Roesler Franz che a questi temi ha dedicato decine di saggi e anni di ricerche e di studio- é, come le Fosse Ardeatine, un luogo di libertà, di martirio e di memoria.

Oltre a tre giornalisti fucilati dai tedeschi a Forte Bravetta tra fine dicembre 1943 e i primi di febbraio 1944- aggiune Pierluigi Roesler Franz-  e che erano Riziero Fantini, Enzio Malatesta e Carlo Merli, affrontarono il plotone d’esecuzione delle SS anche don Giuseppe Morosini (celebre fu la commovente interpretazione di Aldo Fabrizi che interpretò il suo ruolo nel film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini), Fabrizio Vassalli (cugino di Giuliano Vassalli, scomparso ex presidente della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia), nonché Augusto Latini, Giorgio Labò, Guido Rattoppatore, Renato Traversi, Romolo Jacopini e Giordano Bruno Ferrari (Medaglia d'oro al valor militare, figlio dello scultore ed ex deputato Ettore Ferrari che fu per anni il braccio destro del Sindaco di Roma Ernesto Nathan - entrambi furono per 23 anni Gran Maestri del Grande Oriente d'Italia).

Ma tra i fucilati dieci provenivano dal Sud Italia: 4 siciliani (Salvatore Grasso e Corrado Vinci di Catania, Franco Sardone di Tonnarella - Messina e Giuseppe Tirella di Pozzallo - Ragusa), 4 calabresi (Ettore Arena di Catanzaro, Battista Graziani di Corigliano Calabro - Cosenza, Giovanni Lupis di Reggio Calabria e Fortunato Caccamo di Gallina - Reggio Calabria) e 2 lucani (Antonio Pozzi di Chiaromonte - Potenza e Eugenio Messina di Potenza). Finora, però, nessuno ha pensato di ricordarli come avrebbero meritato.

Il primo in ordine di tempo a cadere fu l’abruzzese Riziero Fantini. Pierluigi Roesler Franz ne ha ricostruito le storie di ognuno di loro.

Nato a Coppito (L'Aquila) il 6 aprile 1892, era figlio di Adolfo e di Maria Apollonia Ciotti. Anarchico sentimentale, amico di Sacco e Vanzetti, Galleani e di Enzio ed Enrico Malatesta. Fantini fu accusato di incetta e detenzione di armi e dopo un processo sommario venne condannato a morte e fucilato a Forte Bravetta il 30 dicembre 1943, insieme con Antonio Feurra e Italo Grimaldi. Ne dette notizia "L'Unità" del 20 gennaio 1944. Lo stesso giornale il 18 giugno 1944 riferì poi che i corpi dei tre compagni erano stati riconosciuti ed esumati in un campo femminile del Cimitero del Verano, riquadro 142, qualche metro sotto la linea di sepoltura. Fantini scrisse per “Umanità nova”, "La Frusta”, “Cronache sovversive” e molte altre testate, sia in America dov’era emigrato, sia in Italia. È sua la previsione, fatta tra la fine degli anni Venti e l'inizio dei Trenta, del ruolo cruciale che avrebbe assunto la Cina nel contesto planetario. Dopo l'8 settembre, superando attriti e divisioni ideologiche, si batté con i resistenti di Bandiera Rossa e del Pci contro i nazisti e i fascisti. Una spiata di un delatore decapitò prima il gruppo di "Bandiera Rossa" poi quello del Pci di Montesacro che faceva capo a Riziero Fantini. A Roma tre lapidi ne ricordano impegno e sacrificio: una a Val Melaina, un’altra a Forte Bravetta e l'ultima in via Maiella/piazza Sempione a Montesacro. 

Il 2 febbraio 1944 sempre a Forte Bravetta a Roma vennero poi giustiziati dai nazisti altri due giornalisti partigiani: il toscano, ma milanese d’adozione, Enzio Malatesta e il lombardo Carlo Merli che avevano scritto entrambi per il foglio clandestino “Bandiera Rossa”.

Enzio Malatesta era nato a Apuania (Massa Carrara) il 22 ottobre 1914. Era figlio di Alberto Malatesta, ex deputato socialista di Novara. Nel 1938 si era laureato a Milano ed aveva intrapreso l’insegnamento al Liceo “Parini”. Fu anche direttore della rivista Cinema e Teatro. Nel 1940 si trasferì a Roma, dove fu assunto come capo redattore del quotidiano Giornale d’Italia. Con l’occupazione della Capitale decise di entrare nelle file del movimento “Bandiera Rossa” e fu tra gli organizzatori, nel Lazio, delle cosiddette “Bande esterne”. Catturato dalle SS tedesche l’11 dicembre 1943 ed accusato di aver organizzato formazioni armate, si assunse coraggiosamente ogni responsabilità, scagionando i compagni. Processato, fu condannato a morte e portato di fronte al plotone di esecuzione a Forte Bravetta. Ad Enzio Malatesta fu concessa la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria perché: “Giornalista di pura fede votò la sua giovane esistenza alla causa della libertà. La sua casa fu covo di cospiratori decisi ad ogni lotta contro l’oppressore. Anima di audaci manipoli, costituì importanti formazioni partigiane, e ideò, organizzò e diresse arditi colpi di mano ai danni del nemico, sia in Roma che nel Lazio. Arrestato dalle SS tedesche quale capo di formazioni armate, assunse per sé tutta la responsabilità, scagionandone i compagni e, respingendo ogni tentativo per ottenere clemenza, ascoltò con ciglio fermo la condanna a morte dell’iniquo tribunale di guerra. Con sprezzante sorriso, che fu estrema sfida al nemico usurpatore di ogni diritto sulla vita dei cittadini italiani, affrontò il plotone di esecuzione e cadde gridando:« Viva l’Italia ». Roma, Forte Bravetta, 2 febbraio 1944.

Carlo Merli, infine, figlio di Ernesto, era nato a Milano il 2 gennaio 1913. Aderente al “Movimento Comunista d’Italia - Bandiera Rossa”, fu arrestato dai tedeschi a Roma l’11 dicembre 1943. Rinchiuso nella casa di via Tasso, diventata tristemente nota per le efferatezze che vi si compivano, il giornalista fu poi condotto davanti a un tribunale nazista che lo condannò a morte per “partecipazione a banda armata”. Merli fu fucilato a Forte Bravetta - che già il regime fascista aveva prescelto per le esecuzioni capitali - insieme al suo amico Enzio Malatesta il 2 febbraio 1944. Una pagina di storia dolorosissima, che il grande cronista romano Franz ha ricostruito per noi e per le città che a questi eroi diedero i natali.


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