Le Leggende dell'Alpinismo: Messner, il razzo rosso e le dita congelate sul Nanga Parbat
Reinhold e Gunther sono sulla vetta della nona montagna più alta del mondo. Devono affrontare la discesa. Non hanno le corde e nessuno ha messo in sicurezza il canalone che hanno appena scalato. Passano la notte a 40 gradi sotto zero. Decidono di attraversare il versante delle valanghe. Poi, all'improvviso, un boato che rompe il silenzio e le urla disperate nel mare di neve: "Fratello mio, dove sei?". La storia del più grande dramma vissuto dal Re degli Ottomila.
di Antonio Panei
Giovedì 16 Marzo 2023
Roma - 16 mar 2023 (Prima Pagina News)
Reinhold e Gunther sono sulla vetta della nona montagna più alta del mondo. Devono affrontare la discesa. Non hanno le corde e nessuno ha messo in sicurezza il canalone che hanno appena scalato. Passano la notte a 40 gradi sotto zero. Decidono di attraversare il versante delle valanghe. Poi, all'improvviso, un boato che rompe il silenzio e le urla disperate nel mare di neve: "Fratello mio, dove sei?". La storia del più grande dramma vissuto dal Re degli Ottomila.
26 giugno 1970, ore 21.30, versante Rupal. Reinhold e Gunther Messner si trovano a quota 7350 metri, al campo V, quello più vicino alla cima del Nanga Parbat. In tenda, insieme a loro, c'é Gerhard Baur. Aspettano un segnale dal campo base. Razzo rosso, maltempo, razzo blu tempo favorevole. Nel primo caso Reinhold, il più agile e forte del gruppo, dovrà attaccare la vetta da solo; altrimenti dovranno salire tutti e tre insieme. Alle 21.35, una porzione di cielo, per pochi secondi, si colora di rosso.


Reinhold si prepara a salire. Non sa che al campo base hanno commesso un incredibile errore. Il colore dell'etichetta del razzo, infatti, è sbagliato. Il capo spedizione, il medico Karl Maria Herrligkoffer, voleva segnalare l'opposto. Herrligkoffer e' scioccato ma non può comunicare con il campo V perché i tre alpinisti non hanno le ricetrasmittenti, troppo pesanti e ingombranti per portarle fino a quella quota. Reinhold parte alle tre di notte. Porta con sé soltanto piccozza e ramponi. Niente corda, niente sacco a pelo, niente cibo.


"Cercherò di tornare prima di sera. Voi due assicurate la parte inferiore del canalone e fissate le corde nei punti più difficili". Il fratello minore, quando all'alba si accorge che il tempo è buono, decide però di salire anche lui. Cerca di convincere Baur a seguirlo, ma il tedesco si rifiuta: "Ho la gola in fiamme, non riesco a respirare, sono costretto a scendere". Reinhold ha un vantaggio di 600 metri. Gunther, con uno sforzo sovrumano, lo raggiunge nel giro di 4 ore. Quando il fratello se lo vede spuntare alle spalle non crede ai suoi occhi: "Ma sei pazzo? Hai portato almeno la corda?". No, Gunther non l'ha portata. Anche lui non ha il sacco a pelo né il cibo.


Alle 17 sono in vetta, a 8126 metri. Reinhold lascia come prova della vittoriosa scalata i suoi sopraguanti di lana norvegese. Un attimo dopo la felicità si trasforma in angoscia. Gunther prima di salire non ha messo in sicurezza i passaggi più difficili del canalone con le funi di fissaggio come gli aveva raccomandato il fratello. Senza corde non possono scendere attraverso la parete che hanno appena scalato, la parete più alta e difficile della catena himalayana. Li attende adesso una notte a meno quaranta gradi coperti solo dalle loro giacche a vento. Ne escono quasi assiderati. Gunther è in stato di semincoscienza, comincia ad avere le allucinazioni, barcolla, avanza con il passo dell'ubriaco.


Reinhold va avanti per cercare una via che non sia troppo suicida. Si affaccia nel vuoto da un precipizio e vede salire sul canalone due suoi compagni di spedizione diretti verso la vetta, sono Peter Scholz e Felix Kuen. Tra lui e loro c'è un grattacielo di ghiaccio inespugnabile. Capisce che i due non possono raggiungerlo, che non possono aiutarlo. Reinhold grida: "Siamo qui, non riusciamo a scendere". "Siete arrivati alla vetta?". "Sì". "Serve cosa?". "Troppo difficile, impossibile". "State bene?". Il forte vento ostacola la comunicazione, le parole vengono fraintese. "Cerchiamo di scendere dall'altro versante". Ognuno prosegue verso il proprio destino.


Per i fratelli altoatesini la scelta è obbligata. Imboccano il versante Diamir, fino a quel momento inesplorato per l'alto rischio valanghe. Passano un'altra notte al gelo. Sono quasi morti, ma anche questa volta resuscitano. Reinhold crede di vedere davanti a lui un uomo che gli suggerisce la direzione dove procedere. Cammina spedito dietro la sua guida inesistente. Gunther lo segue, come un automa. Dopo ore di lotta con la natura più inospitale della montagna sono quasi alla conca glaciale, avvolti da un silenzio irreale. Manca poco e possono salvarsi.


Reinhold continua ad andare avanti cercando di aggirare i crepacci. Si volta e vede il fratello arrancare, distanziato, decine di metri sopra di lui. "Appena troverò il passaggio sicuro - pensa - tornerò indietro ad aiutarlo". Si volta di nuovo e Gunther è ormai diventato un puntino nel bianco abbagliante. Reinhold non sente più i piedi, ma continua a camminare con tutte le sue forze. E' ormai al termine del ghiacciaio. Stremato ma in salvo. All'improvviso un boato in lontananza lo fa voltare di scatto. Non vede più Gunther. Torna indietro a cercarlo. Urla disperato: "Fratello mio dove sei? Gunther, Gunther dove sei?".


Poi individua i segni del passaggio di una valanga e le orme di due scarponi che terminano in un punto preciso. Piange, si dispera. Scava la neve con le mani. Ma sa che non serve a nulla. Con il cuore non vorrebbe più andarsene da lì. Vorrebbe morire e restare per sempre vicino al fratello. La mente, invece, lo porta a scegliere la vita. Arriva a fondovalle. E' un pezzo di ghiaccio che si scioglie, metro dopo metro, sotto il sole. Gli scarponi non riescono più a contenergli i piedi gonfi e congelati. Prosegue a camminare negli alpeggi estivi protetto solo dai calzini. Alcuni pastori lo avvistano e lo soccorrono.


Intanto al campo base scendono Peter Scholz e Felix Kuen. Danno la falsa notizia che Reinhold e Gunther sono morti sotto la vetta: "I due italiani hanno disatteso il piano di attacco e di loro si sono perse le tracce". Il capo spedizione nemmeno si preoccupa di andarli a cercare, fa smantellare il campo base e ordina il rientro in Patria. Il destino vuole che sulla strada verso l'aeroporto la carovana tedesca incroci la jeep che sta portando Reinhold all'ospedale. Il colpo di scena ristabilisce la prima verità: sono stati i fratelli Messner ad arrivare per primi in vetta.


Reinhold giunge in tempo in ospedale per farsi curare i congelamenti, evita per un soffio la cancrena. Subisce l'amputazione di alcune dita. Ma c'é un'altra verità per cui dovrà attendere 35 anni. I due alpinisti tedeschi che sono arrivati in vetta per secondi lo accusano di aver abbandonato il fratello a quota 8000 e di esser sceso da solo attraverso il versante Diamir. Il tempo darà ragione a Messner. Nel 2005 viene rinvenuta la salma di Gunther e un suo scarpone esattamente nel luogo indicato da Reinhold.


Un'altra prova, quella definitiva, arriva nel 2022 quando il secondo scarpone della vittima viene trovato sempre sul versante Diamir. "Quella spedizione - sostiene Messner - ha cambiato la mia vita. Ho dovuto affrontare il dolore della perdita di un fratello e di una campagna diffamatoria. Rimarrò legato per sempre a quella montagna. I tedeschi la chiamano la montagna del destino. Ma il Nanga per me è solo una formazione geologica. Sono gli uomini ad attribuirle un'emozione".

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