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Dopo Elezioni, il fallimento della sinistra sotto gli occhi di tutti

Forse le parole più sincere le ha pronunciate il segretario in carica del Pd Enrico Letta parlando nella direzione nazionale piddina giovedì scorso: “Non siamo riusciti a essere il partito di chi non ce la fa”. Tradotto: il Pd è stato (è) il partito di chi sta bene e non di chi vive difficoltà, o è disoccupato.

di Mimmo Nunnari
Lunedì 10 Ottobre 2022
Roma - 10 ott 2022 (Prima Pagina News)

Forse le parole più sincere le ha pronunciate il segretario in carica del Pd Enrico Letta parlando nella direzione nazionale piddina giovedì scorso: “Non siamo riusciti a essere il partito di chi non ce la fa”. Tradotto: il Pd è stato (è) il partito di chi sta bene e non di chi vive difficoltà, o è disoccupato.

Tagliente, come sempre, Rino Formica, vecchio leone socialista, età 95 anni, con una delle sue proverbiali espressioni ha definito questo Pd di Letta “né carne né pesce”. “Un partito - ha aggiunto- che paga anche la stupidità di chi diceva: le ideologie non esistono più!”.

Che si sciolga, o tenti di riverniciarsi, il Pd sta facendo scorrere i titoli di coda di un “Triste, solitario y final” (prendiamo a prestito il titolo di un romanzo dello scrittore argentino Osvaldo Soriano che parla di un “lungo addio”): o si scioglie o si estingue, questo è il pronostico.

Probabilmente si è concluso un ciclo del viaggio dei democrat e delle ditte satelliti, eredi del vecchio Pci: un cammino dai picchetti davanti alle fabbriche che ha portato all’approdo alle Ztl dove abitano borghesie e nomenclature capaci di sopravvivere a qualsiasi mutamento e di assorbire ogni novità e trasformarla. Dalla classe operaia alle élite di stampo liberale, è stato il percorso, prendendo i vizi e le perversioni liberali e non le virtù del pensiero liberale: un pasticcio all’italiana, che ha trasformato la sinistra in “sinistrese”, termine che il burbero ma schietto Giorgio Bocca spiegava in questo modo, già nel lontano 1977: “Sinistrese è un’invenzione linguistica, collettiva e spontanea, di rapida e facile comunicazione, intesa a coprire la mancanza di idee generali e di prospettive per il futuro”.

Era quella, l’epoca in cui, la sinistra italiana, da movimento del popolo cominciava a diventare guardiana delle caste, scoprendosi la vocazione di stare sempre al Governo. Qualche giorno fa, in un post su Facebook, il politico, scrittore e inossidabile comunista Santo Gioffrè ricordava cos’era il PCI: “Animava il conflitto sociale ed economico, quando la lotta di classe era lotta di popolo”.

Quel partito del quale molti nella sinistra hanno nostalgia nelle sue varie trasformazioni, come ha spiegato Paolo Cirino Pomicino (politico democristiano, travolto dall’ondata di tangentopoli e poi riabilitato) in un libro (“Il Grande Inganno”, Lindau) “è diventato il sorprendente alfiere del liberismo selvaggio e del conseguente capitalismo finanziario”.  

A girarsi indietro, per guardare chi c’era prima nel movimento della sinistra e chi c’è ora, vengono i brividi: non facciamo i nomi dell’oggi, o dei protagonisti del Grande Declino, per non cadere nella tentazione di inutili personalismi, mentre possiamo benissimo citare del passato almeno un nome per tutti: Giuseppe Di Vittorio, il bracciante agricolo pugliese, l’esponente più autorevole del sindacalismo italiano, una bandiera del movimento comunista. Quei tempi ormai appartengono alla storia che la sinistra italiana non ha saputo neppure custodire. I segnali del distacco, tra classe operaia e sinistra, si annunciarono in momenti in cui ancora nessuno poteva ancora immaginare, quale sarebbe stata la fine della sinistra italiana, del suo triste finale. Fu Forattini, ad aprire il caso dell’imborghesimento della sinistra, del Pci, con una delle sue pungenti vignette che disegnava Enrico Berlinguer in vestaglia, in poltrona, intento a sorseggiare un tè sotto un ritratto di Marx, mentre dalla finestra aperta del suo salotto penetravano gli echi della manifestazione dei metalmeccanici.

Ci furono polemiche e reazioni nel PCI. Paolo Spriano, storico, studioso di Gramsci, scrisse un articolo in cui esaltava la "vita di sacrificio, di passione rivoluzionaria, di tensione politica e morale di un dirigente comunista come Berlinguer". E probabilmente Striano aveva ragione perché è innegabile che Berlinguer sia stato un grande leader politico, forse l’ultimo della sinistra italiana.

Ma la denuncia satirica di Forattini interpretava la percezione che tra il mondo operaio e il movimento comunista si era incrinata la fiducia. Sottolineano mondo operaio e non includiamo il mondo contadino, dei lavoratori delle campagna, perché a quel mondo, esistente soprattutto al Sud, il PCI aveva già voltato le spalle fin da quando dopo le elezioni del 1948 fu costretto a fare una scelta tra operai del Nord e contadini del Sud.

Si era trovato di fronte a un dilemma il Pci: se la strategia prevista per la Valle Padana e per le città industriali del Nord fosse stata applicata meccanicamente al Sud ne sarebbero conseguite sconfitte politiche certe. I dirigenti del partito comunista furono perciò restii ad operare una scelta, anzi la fecero, scegliendo gli operai del Nord. Questa non è una nostra opinione ma l’analisi di Sidney Tarrow, studioso inglese dei fenomeni sociali, contenuta nel saggio “Partito comunista e contadini nel Mezzogiorno” (pubblicato da Einaudi nel 1967). Ma qual è la situazione della sinistra oggi, dopo la vittoria delle destre? L’impressione è che i segnali, malgrado le dignitose dimissioni di Letta, non siano stati compresi, oppure che politicamente e culturalmente la classe dirigente piddina non è in grado di comprenderli.

Lo ha ucciso il “governismo” il Pd, ha sentenziato in una recente intervista Achille Occhetto, vecchio leader che però non è indenne da peccati: prese un grande partito sconfitto dalla storia e si illuse di trasformarlo in “gioiosa macchina da guerra”, in un partito egemone, essendo stati tutti gli altri eliminati, col contributo determinante della magistratura inquirente.

Nel dibattito su quanto sta accedendo nel PD è intervenuto su La Repubblica il saggista ed ex deputato Ds Isaia Sales, meridionalista e figura storica della sinistra napoletana: "I dem si sono arresi all’ingiustizia. E si comportano da guardiani del Palazzo".  Sales fornito la sua interpretazione della disfatta: “La crisi del Pd è ascrivibile semplicemente alla "rivolta elettorale" dei luoghi trascurati, dei ceti abbandonati e delle idealità tradite. Il Pd non ha vinto in nessun collegio uninominale al Sud (pur guidando da anni le due regioni continentali più popolate) ed è odiato da coloro che un tempo diceva di voler rappresentare, cioè i lavoratori dipendenti, i giovani precari e i senza lavoro; inoltre, non è sentito utile da coloro che investono in politica ideali e passioni. Una forza politica fredda che non trasmette speranza per il futuro, che è composta dalla somma di vari padrinati romani e locali, che ha consumato le identità precedenti senza conquistarne altre, se non quella di Partito della stabilità del sistema. Una forza affidabile solo per l'establishment del Paese”.

Le parole di Isaia Sales scrivono un de profundis su cui possono scorrere i titoli di coda per la storia di un partito che sembra destinato a sciogliersi o ad estinguersi: “Triste y solitario final”.


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